Un silenzio tra Calvino e Borges.

 

Dunque il silenzio può coincidere con una mente ed un corpo assolutamente presenti, vivi, reali. Un corpo in carne, ossa e… silenzio; la materia grigia di una mente che è lì, a due passi, e nello stesso tempo è lontanissima. Corpo pensante che non ha più bisogno di personificarsi per esserci. Si lascia in pace, lascia in pace, sparisce  per apparire. Una natura umana senza superfetazioni intellettuali.

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3 thoughts on “Un silenzio tra Calvino e Borges.

  1. Mi sembra che questa poesia di Cesare Pavese, nella sua drammatica attualità, si inserisca bene nel tema.
    E allora noi vili/che amavamo la sera/bisbigliante, le case, i sentieri sul fiume,/le luci rosse e sporche/di quei luoghi, il dolore/addolcito e taciuto-/noi strappammo le mani/ dalla viva catena/ e tacemmo, ma il cuore/ci sussultò di sangue,/ e non fu più dolcezza,/ non fu più abbandonarsi/al sentiero sul fiume-/-non più servi sapemmo/di essere soli e vivi.
    23 novembre ’45

    • Pavese sapeva benissimo che cos’è un silenzio mitico. Basterebbe rileggersi quelle due paginette folgoranti del racconto IL CAMPO DI GRANTURCO. Tuttavia i versi che citi parlano anche di quel Pavese che soffriva di disagi, inadeguatezze, sensi di colpa, mancamenti…, insomma di problemi esistenziali e personali che “inquinano” il silenzio e lo rendono un tacere doloroso e colpevole (la viltà). Il silenzio è vita, solitudine, abbandono…, senza fuggire gli uomini, senza regressioni nella dolcezza marginale e crepuscolare dei vinti. Silenzio tra gli uomini, non lontano dagli uomini. Pavese tentò disperatamente di combattere tra e con gli uomini, ma in lui era più potente la sirena della dissoluzione, l’isolamento suicida: “…scenderemo nel gorgo muti…”.

      • Lo so che criticamente hai ragione, ma la poesia di Pavese che ho citato, in modo disfunzionale certo, mi sembrava che in questo momento ci mostrasse quel senso di dolorosa ribellione anche contro se stessi di cui abbiamo tanto bisogno, la contraddizione di cui siamo tutti portatori e che non possiamo eludere, ma forse è un modo un po’ troppo parziale di vedere.

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