Questa cartolina (timbro di partenza del 13-8-2009) sussurra: una generazione è finita!
E questa poesia (la prima versione appare nella raccolta Il viso che aprì la porta, Ed. L’Obliquo, Brescia 1991), è nata lì, tra l’urgenza di un amore che non poteva non essere e le sirene di un male che non poteva essere il mare.
Stanotte c’erano gli arcobaleni.
La pietra dei malanni
– aghi e streghe –
vola nel cratere.
Camminare tra i vuoti.
Gli occhi lucidi nel sonno
Chi nuota verso il sole
Grande Ragione
E, immobile –
C’è la bambina bianca
sulla spiaggia, la forma
dove batte il respiro!
Finire tra un’estate
e un legno grigio, senz’agonia,
silenzio di cose secche,
vento crinale verso Gelso.
In attesa della motonave
il tepore dell’acquazzone
libera la pelle stremata
da sibili, mute, sonagli.
Gli uomini fissano le isole.
Stromboli
è una piramide azzurra.
Domani –
(Isole Eolie)
http://www.edizionilobliquo.it/libri/OZI_010.html

Davvero stupenda!Profetica, bianca, sospesa.Ho anch’io questa percezione moribonda delle “Isole”,ma in che senso è finita?Siamo gli ultimi?Ci sarà una generazione?Verso dove?
E’ finita la generazione (la mia) che è stata il racconto segreto di un’isola bellissima e stregata alla deriva del mondo. Tra la fine degli anni settanta e la fine degli anni ottanta, andavo per isole (Eolie, Tremiti, Linosa…), perchè io ero l’isola (che non c’è). E probabilmente sono rimasto un’isola (che c’è). Caro Gianpaolo, tra me e te c’è, appunto, lo spazio-tempo di una generazione (venticinque anni circa…), e quella cartolina, dove si intravede il sentiero lungo l’orlo del cratere di Vulcano, ha fatto riaffiorare passioni e sortilegi di quegli anni. La poesia tratta da IL VISO CHE APRI’…, documenta quelle estati belle e, nello stesso tempo, in preda alla disperazione. Era una lotta continua tra un feroce “cupio dissolvi” e la realtà, l’incanto dell’amore e della terra. Faccio parte di una generazione entusiasmante e terribile, quella che nel 1968 aveva vent’anni (io ero un po’ più giovane), ed ero di quelli che non solo non sopportavano più il “mondo così com’è”, ma non sopportavano più neanche sé stessi. Gli altri facevano cortei e lanciavano parole d’ordine, io contemplavo treni militari da una finestra tedesca mentre leggevo l’INNOMINABILE di Beckett , o mi svegliavo con il rombo dell’oceano sotto un pino a St. Malo. Sono stato l’icona lesionata di un ragazzo braccato dall’amore, da un amore che non voleva più essere complice di una vita idiota, e nello stesso tempo si autodistruggeva come un serpente che si morde la coda… Ho pagato caramente quell’urlo silenzioso, “senza mondo”… Mi sono salvato per un soffio, con l’ultimo treno del 31-12-1979, direzione Nord!
Lungo quel sentiero sul bordo del cratere, una mattina ho compiuto una specie di rito, gettando nella bocca di Vulcano la pietra nera di tutte le negazioni-bestemmie che avevano divorato i miei giorni innocenti e puerili. Laggiù volò il male, e il mare diceva: è tempo di vivere! E Afrodite sussurrava: entra, entra dentro di me, e tutto sarà perdonato. Le isole non sono sole, e il mare le abbraccia, le unisce. Nessuno è solo, perduto, ultimo. E’ tempo di nascere, perchè le generazioni sono incessanti.
Ciao Paco! Da Tio de la Murcia y de la Suerte.